Archiviato in: Uncategorized | Tag: 225 Battaglione di fanteria arezzo, addestramento, Arezzo, car, Lupi di Toscana
I MIEI COMPAGNI DI SVENTURA, ma adesso direi di avventura.
La nostra società privilegia l’individuo. I rapporti sociali vengono tralasciati per non ostacolare il successo personale. Talvolta, per quella solidarietà umana, che nella vita quotidiana viene accantonata, torna in superficie e si manifesta. Piano piano ho saputo che insieme a me stavano per partire altre persone di Pistoia. Alcune le conoscevo, altre mi contattarono senza che le avessi mai viste. In questa occasione sentii per telefono Massimo M. e Gianluca M. ,cioè coloro con cui ho più legato ed ho stabilito dei veri legami di amicizia. Conobbi il Massimo il giorno stesso della partenza e venne con me a Firenze in macchina. A Firenze incontrammo Gianluca ed insieme facemmo il viaggio in treno. Nello scompartimento trovammo anche un altro ragazzo di Pistoia, che poi venne ai Lupi con noi. Sul momento non facemmo amicizia.
Durante il viaggio ci parlammo con molta franchezza. Tutti eravamo sicuri che la impressione iniziale del CAR sarebbe stata traumatica ma parlandone cercammo di farci coraggio a vicenda e ci preparammo all’accoglienza. Tutti furono impressionati dal modo in cui i Caporali istruttori ci inquadrarono e ci spiegarono le prime regole di vita militare, ma io no. Per mia regola, nell’affrontare qualcosa di nuovo mi preparo sempre al peggio. Cerco di prepararmi ad affrontare la peggiore ipotesi e anche in quella occasione mi ero prefigurato un impatto piuttosto ruvido. Fummo raccolti sotto la pensilina della stazione di Arezzo. Dopo una rapida raccomandazione sul comportamento da tenere durante l’attraversamento della città, ci avviammo alla caserma Cadorna. Durante il tragitto eravamo silenziosi e quasi rassegnati a passare un anno assolutamente diverso dal solito. Mi ricordo che fummo sbeffeggiati da un congedato che vedendoci andare verso la caserma, ci apostrofò con previsioni fosche sul nostro immediato futuro. “Morire” “non vi passa più’” furono le sue parole e non ci sollevarono di certo il morale.
Un amico che aveva già fatto il Car al 225° Battaglione di Fanteria Arezzo mi aveva anticipato che la caserma era in centro, facile da raggiungere, e che aveva un cancello di accesso elettrico quasi simbolico. In particolare, mi aveva anticipato che nel momento in cui il cancello si sarebbe chiuso, avremmo avuto l’impressione netta di allontanamento dalla vita civile e saremmo stati assaliti da un profondo sconforto. Il cancello, nel momento in cui si chiuse dietro alle nostre spalle, non mi fece un grande effetto. Anche i primi contatti con la realtà della istruzione militare, non furono così drammatici. Volevano, che per qualsiasi nostro intervento, si urlasse a squarciagola. Per me ciò non era un problema e subito mi adeguai alle nuove abitudini. Al primo appello Massimo e Gianluca furono inseriti in una squadra della terza compagnia. Io fui chiamato subito dopo e finii in prima compagnia, secondo plotone,7a squadra. Sin dalla prima ora capii che la costante del CAR sarebbe stata fare la fila. In altre parole attendere il proprio turno per fare qualsiasi cosa. Facemmo subito la fila per farci controllare i bagagli. Dovevamo stare immobili, con le palme delle mani sulle ginocchia senza parlare o muoversi. Le file continuarono per accedere alle aule didattiche e sentire un discorso di benvenuto formulato da un caporaletto scocciato. Le file furono interminabili per essere incorporati in compagnia. Fummo messi in 160 in fila per tre su due rampe di scale. Potevamo disporre solo di un gradino. Davanti avevamo i gomiti di chi ci precedeva. Dietro c’era un altro compagno di sventura nelle stesse condizioni. Quelle due rampe di scale furono un vero supplizio. Impiegammo circa due ore e mezzo per salire 40 gradini e fu in quella occasione che conoscemmo la prima posizione marziale ammessa per il soldato: il mitico “riposo alto formale”.
La fila sempre ed ovunque.
Incorporati in fureria, ci fu dato il posto branda. Nella mia squadra c’erano più laziali dei toscani. Il mio compagno di branda veniva da Chiusi, si chiamava Boccaletto, e il destino ha voluto che anche lui sia finito ai Lupi, in compagnia Mortai. Nel complesso la squadra era eterogenea ma tranquilla e anche il Caporale A.G.I. istruttore, un giovane livornese verace, era piuttosto tranquillo e tollerante. Poveraccio, era dello scaglione precedente al nostro, e doveva insegnarci i principi fondamentali della vita militare. All’inizio attuò un approccio rude. Cercò di farsi rispettare, assumendo un comportamento autoritario e brusco. Dopo essersi reso conto che quell’approccio produceva scarsi frutti cambiò tattica. Quasi scusandosi per i modi bruschi con cui ci aveva trattato per alcuni giorni, disse che avrebbe usato modi più cordiali ed amichevoli e così fu.
L’ufficile di Plotone era un S.Tenente appena maggiorenne, Calabrò, che alla fine non ha lasciato un gran ricordo. Durante una sessione di addestramento al campo militare esterno di Arezzo, fece quasi tenerezza quando prese un caziatone dal Comandante di Battaglione, al quale non fu in grado di comunicare la forza.

225° BTG F. Arezzo 1a Compagnia